BlacKkKlansman (2018)

BlacKKKlansman è la penultima opera, in ordine di tempo, del regista afro-americano Spike Lee, uno che è sempre stato molto ma molto incazzato per le condizioni subalterne in cui sono costretti a vivere gli afro-americani. E come dargli torto? Gli eventi delle ultime settimane hanno reso spaventosamente attuali tutte le frizioni, le storture, le ingiustizie, le ipocrisie del sistema sociale, economico, politico, civile degli Stati Uniti.

Hanno reso attuale o forse, più che altro, hanno riportato agli onori della cronaca una situazione che non ha mai smesso di essere attuale. Una situazione patologica che in maniera strisciante – perché media e élite illuminate bianche facevano orecchie da mercante – è sempre esistita da quattrocento anni negli USA e che nemmeno decenni di lotte e agitazioni, dagli anni Sessanta in poi, sono riuscite a risanare.

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#BlackLivesMatter: non sono i saccheggi il vero problema

Cosa ne posso sapere io della disperazione degli afroamericani, dello spirito delle loro lotte, delle loro rivendicazioni, che da secoli rimbalzano contro il muro di omertà di un Paese che è stato fondato e ha prosperato anche e soprattutto sulle loro spalle di schiavi, trattati come oggetti ed esclusi da ogni diritto? Studiare la storia, approfondire i temi politici, leggere libri a volte non basta.

Bisognerebbe esserci vissuti, in mezzo a quella rabbia, a quella povertà, a quell’emarginazione, per capire fino in fondo. Perciò trovo ipocrita mettermi qui a pontificare di pace e amore, a parlare di non violenza o a fingere di dimenticare che tutte le rivoluzioni che ci hanno portati a questo punto sono nate, purtroppo, anche dal sangue, dalla guerra, dallo scontro violento.

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Lulu a Hollywood (1982)

Lulu a Hollywood comincia con l’infanzia di Louise in Kansas e un ritratto – impietoso ma senza rancore – di suo padre, avvocato, e di sua madre, distante e fredda pianista a tempo perso. Ogni capitolo dell’autobiografia, da quelli che si concentrano sulla vita di Louise a quelli che raccontano di famose stelle del cinema, sono ritratti ficcanti e dissacranti non solo dei protagonisti del racconto ma anche della complessa galassia di comprimari – giornalisti, produttori, stuntman, tuttofare, familiari di vario grado – che ruotano attorno a loro.

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Il Signore degli Anelli (1954-1955)

Ci sono determinati libri che ti lasciano, a ogni lettura, qualcosa di diverso, specialmente se ti trovi a sfogliarli in momenti particolari della tua vita. Ed è ovvio che quello che ti colpirà di più di un romanzo a quindici anni non lo farà anche a trenta o scoprirai altri aspetti che nella ottusa cecità della tua adolescenza hai completamente ignorato. Il Signore degli Anelli è sicuramente quel genere di storia per me – con buona pace di chi pensa che la letteratura di genere sia per ragazzini e comunque meno complessa dei romanzi impegnati – ma in questo caso specifico due fattori hanno trasformato questa rilettura in una nuova avventura.

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In A Lonely Place (1950)

In A Lonely Place è, insomma, tante cose, tutte assieme, e come pochi altri film che sfuggono a una singola etichetta, fa il suo lavoro in maniera impeccabile e soprattutto radiografando i sentimenti umani in modo così dolente, da lasciare un segno nello spettatore, al punto che persino riguardandolo nel 2020 c’è da trattenere il fiato per l’angoscia e riflettere sui rapporti fra uomini e donne nel 1950.

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Saving Mr. Banks (2013)

La vera fortuna di Saving Mr. Banks sono Emma Thompson, Tom Hanks e Colin Farrel – rispettivamente P.L. Travers, Walt Disney e Travers Goff, padre di Pamela – che si rivelano interpreti straordinari. Avrebbero meritato una sceneggiatura migliore ma resta il fatto che senza il loro apporto questa teoria di cartonati ripieni di cliché non avrebbe retto, né meritato la pioggia di complimenti che ha ricevuto. Il problema con Saving Mr. Banks, tuttavia, non è il facile ricorso a stereotipi narrativi ben collaudati per muovere a facile commozione il pubblico.

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The Last Ringbearer (1999)

Lo spunto per “The Last Ringbearer” è il seguente: e se “Il Signore degli Anelli” fosse un resoconto falso e tendenzioso delle guerre che hanno travagliato la Terra di Mezzo? E se Gandalf fosse un maneggione, miope e assetato di potere, intenzionato ad annientare la nascente potenza industriale di Mordor per mantenere Arda nell’ignoranza, schiava di credenze magiche oscurantiste? E se gli Elfi fossero una sorta di sinistra potenza dittatoriale, non dissimile dall’Unione Sovietica? E se Aragorn fosse solo un burattino nelle mani di questi ultimi e Arwen un elfo interessato soltanto a usarlo, per mantenere il controllo su Gondor?

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Brisby e il segreto di NIMH (1982)

“Brisby e il segreto di NIMH”, tuttavia, non è una sceneggiatura originale ma l’adattamento di un libro di favole di Robert C. O’ Brien: “Mrs Frisby and the rats of NIMH” – ispirato alla storia vera degli esperimenti condotti da John B. Calhoun su topi e ratti al National Institute of Mental Health, negli Stati Uniti. Don Bluth ne ha preso gli aspetti salienti ma ha ristrutturato la caratterizzazione di molti personaggi, a partire dalla protagonista, resa responsabile in prima persona del suo destino, invece che passiva damigella in difficoltà alla ricerca di aiuto.

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The Thief and The Cobbler (1992)

Quel progetto era in lavorazione dal 1968 e nel frattempo aveva cambiato trama, animatori, titolo, mentre rimaneva costante l’incrollabile perfezionismo di Richard Williams, che voleva realizzare un prodotto dall’animazione fluida e curatissima, dove nulla fosse lasciato al caso, nulla fosse arrangiato alla bell’e meglio, foss’anche solo per rispettare i tempi di consegna e non sforare dal budget imposto.

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The Anime Machine (2009)

Retreat (Miyazaki). Rebuild (Anno). Reset (CLAMP).

Se si volesse trovare un modo per riassumere l’imponente – circa trecentoventi pagine, al netto di note e bibliografia – saggio di Thomas Lamarre sulla “macchina animetica”, questa frase sarebbe quella giusta. Con questi tre concetti Lamarre chiude le conclusioni del suo libro e del suo viaggio nell’animazione o, meglio ancora, nella macchina che sta alla base dell’animazione. La macchina multiplanare animetica (multiplanar animetic machine, nel testo originale) è una macchina costituita dal tavolo da animazione (animation stand, in inglese) dalla camera multipiano e dagli esseri umani, che disegnano sfondi, animazioni-chiave e intercalazioni.

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