“Welcome To Night Vale” sarebbe stato un signor radiodramma, per esempio. Lo specchietto introduttivo alle puntate lo definisce un universo lovecraftiano ma Joeffrey Cranor – uno dei due autori insieme a Joseph Fink – non ama molto il paragone quindi diciamo che Night Vale è una città che potrebbe ricalcare la tipica cittadina americana, con i suoi quartieri residenziali, le recite scolastiche, le file alle poste, il bowling, i comitati di quartiere e… mostri tentacolati che spuntano fuori da ogni dove, poltergeist che infestano ogni singola casa, draghi a cinque teste, misteriosi sconosciuti che dimentichi di aver incontrato un attimo dopo e un’amministrazione locale (The Sheriff’s Secret Police) che se ne lava molto spesso le mani – ma forse questo è un dato molto più reale di quello che sembra. Se si aggiunge che il nostro protagonista è lo speaker di punta della radio della comunità di Night Vale, Cecil Gershwin Palmer, e l’occorrenza di fenomeni paranormali insoliti (persino per gli standard di questo universo parallelo) cresce ogni volta che viene trasmessa una sua puntata, possiamo dire che abbiamo la nostra Jessica Fletcher e una bellissima e spaventosissima Cabot Cove.
Il film, nonostante sia una produzione coreana, vanta un cast eterogeneo di attori coreani, americani e anche francesi, che rispecchiano una bella multi-etnicità nell’equipaggio di passeggeri rinchiusi senza apparente scampo sul gigantesco treno, che attraversa un mondo gettato in una glaciazione artificiale dalla stupidità umana, tanto per cambiare. Una delle piccole chicche, che fa di questo film una produzione di fantascienza davvero ben costruita, sta proprio nel fatto che regista e sceneggiatori si sono ricordati di un dato fondamentale: non solo gli Americani si salvano, nelle distopie futuristiche, ergo non tutti i passeggeri potrebbero parlare l’inglese. È per questo che Curtis comunica con il coreano Minsu attraverso un traduttore vocale, ad esempio.
Una premessa: non sono una fan dei talent. Non li ho mai guardati, neanche per sbaglio. Un po’ mi danno noia, un po’ non possiedono quella quantità di trash necessario ad attirare il lato più buzzurro di me. A quindici anni ero una fiera e integralista avversaria di quel fenomeno – che faceva tanto da “1984” – dei cosiddetti reality show: arrivò “Il Grande Fratello” e pareva che la decadenza dell’umanità tutta fosse appena cominciata (invece era partita da molto prima e ormai eravamo già alla frutta). A venticinque anni mi sono riscoperta appassionata spettatrice casuale di tutte quelle trasmissioni un po’ casalinghe e molto poco ingenue che passano su Real Time (sia lodato il digitale terrestre), Cielo, Sky. Case in affitto? Patiti degli sconti al supermercato? Matrimoni gipsy? Carinerie per gli ospiti? Sparate un titolo e probabilmente ci avrò dato un’occhiata, salvo i reality che coinvolgono problemi medici e fisici e/o parti dolorosi, il mio stomaco ha un limite di sopportazione oltre il quale il trash diventa horror e addio.
