“Ant-Man” è un film nella media dei film supereroistici, non ci prova neanche per un minuto a essere qualcosa di diverso dall’ennesima parabola sull’ennesimo maschio bianco trentacinque-quarantenne che ha solo bisogno di un’altra possibilità per cambiare vita e diventare un eroe.

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Dire che “Pixels” era un film imbarazzante, senza né capo né coda, è come sparare sulla Croce Rossa ma è la realtà dei fatti. Dal primo all’ultimo fotogramma la coerenza narrativa, il passaggio da una scena all’altra, la caratterizzazione dei personaggi, lo scambio di battute fra di loro, tutto sembra frutto di una sceneggiatura messa in piedi da un tram (cit.) team di quindicenni in piena tempesta ormonale che non riescono a raggiungere la sufficienza neanche nei temi scolastici.

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Ho sempre trovato uno dei punti di forza dello Studio Ghibli proprio questa capacità di emozionare lo spettatore attraverso la “magia delle piccole cose”, senza per forza dover mettere in campo epici duelli (che pure in alcune opere non mancano) e tragedie disumane. Ecco, “La storia della principessa splendente” sa far affezionare e commuovere puntando sul racconto dei più quotidiani e apparentemente banali momenti di vita in un Giappone medievale, intrecciandoli agli aspetti fantastici di quella che resta pur sempre una fiaba. Se così l’esordio del film ricorda quello del più occidentale Pollicino e sfrutta l’occasione per ritrarre un dolcissimo quadretto familiare, che ruota interno all’innaturale rapida crescita di Principessa Splendente (è quello il significato di “Kaguya” in giapponese); la seconda parte del film ricorda quei racconti europei di principesse irraggiungibili che mettono alla prova i propri pretendenti con prove iperbolicamente assurde.

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Partiamo dalla novel: “Il blu è un colore caldo” è un’opera prima e si vede. Si vede perché ha tutti i difetti di quest’ultima: un tratto di disegno ancora in sviluppo, una narrazione non sempre fluida, un eccesso di lirismo tragico che in alcuni punti rischia di rendere la vicenda quasi paradossale. Non voglio massacrare la novel, in fondo per molti passi mi è piaciuta, alcune pagine mi hanno davvero emozionata, ma è pur sempre un lavoro ancora acerbo, che contiene tutti gli errori tipici di chi comincia a mettere sul foglio la sua prima storia compiuta.

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Il film, nonostante sia una produzione coreana, vanta un cast eterogeneo di attori coreani, americani e anche francesi, che rispecchiano una bella multi-etnicità nell’equipaggio di passeggeri rinchiusi senza apparente scampo sul gigantesco treno, che attraversa un mondo gettato in una glaciazione artificiale dalla stupidità umana, tanto per cambiare. Una delle piccole chicche, che fa di questo film una produzione di fantascienza davvero ben costruita, sta proprio nel fatto che regista e sceneggiatori si sono ricordati di un dato fondamentale: non solo gli Americani si salvano, nelle distopie futuristiche, ergo non tutti i passeggeri potrebbero parlare l’inglese. È per questo che Curtis comunica con il coreano Minsu attraverso un traduttore vocale, ad esempio.

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A onore del film va subito detto che aver affidato nuovamente la regia al suo creatore originale, in questo caso, è significato trovarsi davanti a un prodotto coerente, non un semplice revival del passato. Miller non ha parlato a caso di “rivisitazione”: basta guardare la trama del primo “Mad Max” per rendersi conto che il nostro è passato da protagonista incontrastato a spalla – all’inizio assai riluttante – di altri personaggi; al tema della violenza urbana che dilaga lì dove l’anarchia la fa da padrone, si sostituisce la prepotenza di chi ha il potere di controllare l’accesso alle materie prime e governare la popolazione secondo i propri capricci.

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Ha il sapore di un’opera prima, imperfetta in alcuni punti: l’avvio è un po’ lento, scollegato almeno parzialmente dalla trama principale, e lo spettatore fatica per molti minuti a entrare nel meccanismo della storia. Poi, però, il susseguirsi degli eventi ingrana la marcia e la visione si fa fluida e decisamente più godibile.

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“Youth” non ha smentito l’assioma. Guardare questo film significa essere sommersi da una miriade di colori, suoni, sensazioni e situazioni che rimangono impresse negli occhi e nella mente molto dopo aver abbandonato la sala del cinema. D’altronde il cinema di Sorrentino è anche e soprattutto questo: narrazione per emozioni, più che per eventi legati da un rapporto di causa ed effetto. È un modo di svelare la storia allo spettatore che lascia tanto spazio all’interpretazione personale, al punto che probabilmente non ci saranno due singole persone che potranno dire di aver vissuto e compreso allo stesso modo ogni scena del film.

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Va detto da subito: il ritmo narrativo de “Il racconto dei racconti” non è quello a cui ci ha abituato il mercato cinematografico contemporaneo. I dialoghi sono pochi, le transizioni, da un passaggio all’altro di una singola storia, nette; le creature fantastiche e le magie a cui i protagonisti ricorrono non vengono spiegate ma presentate allo spettatore come un dato di fatto, che va accettato senza porsi troppe domande. Insomma, è un film girato come sarebbe raccontata una fiaba. Garrone si sofferma molto sui paesaggi stupendi e assolati di zone d’Italia spesso sconosciute (le riprese sono state effettuate fra il Centro e il Sud Italia), che sembrano venire fuori direttamente da una fiaba e contribuiscono a rendere l’atmosfera delle storie sognante, meravigliosa, anche quando le vicende si fanno più cupe e crudeli.

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