Autore: pallas23arachne

Tessitrice di mondi in bilico | Fabbricante di problemi esistenziali | Scrivo, perché non so fare le rivoluzioni | +30 | ∠( ᐛ 」∠)_

Innanzitutto: cos’è Kill Six Billion Demons? K6BD è la storia di un viaggio, come accade spesso nel fantasy. La storia di un viaggio e di una scoperta di sé e del mondo che ci circonda, delle contraddizioni intrappolate nella nostra mente e nelle regole dei sistemi che ci governano.

Quello che accade a Allison, ventitreenne che fa la barista e ha una laurea in filosofia, quando viene catapultata dalla stanza di un dormitorio a una megalopoli al centro del multiverso, non è solo un’avventura per tornare alla deprimente normalità in cui è incastrata. Tutt’altro. Quello che Allison scopre, dopo essere stata sballottata in giro per quartieri malfamati come un pacco di merce “che scotta”, è che lei “a casa” potrebbe tornare quando vuole, grazie alla chiave che ha incastonata nella fronte.

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Devilman Crybaby, affidato alle solitamente capaci mani del regista visionario Masaaki Yuasa, veniva stravolto completamente nel tratto grafico e traslato ai giorni nostri. Prometteva di non seguire la strada della “conservazione”, trasponendo pedissequamente le pagine del manga sul piccolo schermo, ma di “innovare”, andando oltre la lezione del maestro per sconvolgere tutte le nostre certezze di spettatori.

Il risultato è, invece, una strana via di mezzo fra adesione alla tradizione e cambiamento di facciata, che consegna agli appassionati un prodotto incompleto, un abbozzo di troppi spunti, che non prende chiaramente posizione su nulla e si rivela carente e arraffazzonato non solo nei contenuti ma anche nell’apparato grafico e nella gestione del ritmo narrativo.

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Il 10 gennaio 2016 si spegne a New York David Bowie, al secolo David Robert Jones, due giorni dopo aver consegnato al mondo la sua ultima opera, Blackstar.

Più che un album è un dolente testamento artistico, in cui Bowie recupera le sonorità jazz tanto amate e condivide con chi lo ascolta il suo personalissimo modo di esorcizzare una morte annunciata da tempo. E quel modo è fare musica e non nascondere niente, neppure un rantolo della sua voce ormai stanca, eppure ancora capace di trasmettere ogni singolo sentimento – anche quello di sentirsi intrappolato in un corpo che sta decadendo più rapidamente di quanto una mente febbrilmente creativa non voglia.

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“Via Col Vento” è anche un romanzo razzista, si sente dire spesso, e questa caratteristica viene trattata come una nota al margine di una storia imponente che “parla d’altro”. Invece, grattando la superficie di crinoline, terra rossa, “coraggiosi meridionali” e viziate signorine in disgrazia, si scopre che il fulcro del romanzo di Margaret Mitchell è proprio questo.

La sopravvivenza del privilegio bianco.

“Via Col Vento” è un pezzo ben scritto di propaganda confederata. Con la forza di una storia dai toni pesantemente melodrammatici e dai contenuti apparentemente universali (nascite e morti, amori irrealizzabili e relazioni tormentate, fame, guerra, malattie, distruzione e ricostruzione, c’è tutto), Margaret Mitchell ci distrae, mentre ci propina il peggior rigurgito di revanscismo sudista.

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BlacKKKlansman è la penultima opera, in ordine di tempo, del regista afro-americano Spike Lee, uno che è sempre stato molto ma molto incazzato per le condizioni subalterne in cui sono costretti a vivere gli afro-americani. E come dargli torto? Gli eventi delle ultime settimane hanno reso spaventosamente attuali tutte le frizioni, le storture, le ingiustizie, le ipocrisie del sistema sociale, economico, politico, civile degli Stati Uniti.

Hanno reso attuale o forse, più che altro, hanno riportato agli onori della cronaca una situazione che non ha mai smesso di essere attuale. Una situazione patologica che in maniera strisciante – perché media e élite illuminate bianche facevano orecchie da mercante – è sempre esistita da quattrocento anni negli USA e che nemmeno decenni di lotte e agitazioni, dagli anni Sessanta in poi, sono riuscite a risanare.

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Lulu a Hollywood comincia con l’infanzia di Louise in Kansas e un ritratto – impietoso ma senza rancore – di suo padre, avvocato, e di sua madre, distante e fredda pianista a tempo perso. Ogni capitolo dell’autobiografia, da quelli che si concentrano sulla vita di Louise a quelli che raccontano di famose stelle del cinema, sono ritratti ficcanti e dissacranti non solo dei protagonisti del racconto ma anche della complessa galassia di comprimari – giornalisti, produttori, stuntman, tuttofare, familiari di vario grado – che ruotano attorno a loro.

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Ci sono determinati libri che ti lasciano, a ogni lettura, qualcosa di diverso, specialmente se ti trovi a sfogliarli in momenti particolari della tua vita. Ed è ovvio che quello che ti colpirà di più di un romanzo a quindici anni non lo farà anche a trenta o scoprirai altri aspetti che nella ottusa cecità della tua adolescenza hai completamente ignorato. Il Signore degli Anelli è sicuramente quel genere di storia per me – con buona pace di chi pensa che la letteratura di genere sia per ragazzini e comunque meno complessa dei romanzi impegnati – ma in questo caso specifico due fattori hanno trasformato questa rilettura in una nuova avventura.

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In A Lonely Place è, insomma, tante cose, tutte assieme, e come pochi altri film che sfuggono a una singola etichetta, fa il suo lavoro in maniera impeccabile e soprattutto radiografando i sentimenti umani in modo così dolente, da lasciare un segno nello spettatore, al punto che persino riguardandolo nel 2020 c’è da trattenere il fiato per l’angoscia e riflettere sui rapporti fra uomini e donne nel 1950.

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La vera fortuna di Saving Mr. Banks sono Emma Thompson, Tom Hanks e Colin Farrel – rispettivamente P.L. Travers, Walt Disney e Travers Goff, padre di Pamela – che si rivelano interpreti straordinari. Avrebbero meritato una sceneggiatura migliore ma resta il fatto che senza il loro apporto questa teoria di cartonati ripieni di cliché non avrebbe retto, né meritato la pioggia di complimenti che ha ricevuto. Il problema con Saving Mr. Banks, tuttavia, non è il facile ricorso a stereotipi narrativi ben collaudati per muovere a facile commozione il pubblico.

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Lo spunto per “The Last Ringbearer” è il seguente: e se “Il Signore degli Anelli” fosse un resoconto falso e tendenzioso delle guerre che hanno travagliato la Terra di Mezzo? E se Gandalf fosse un maneggione, miope e assetato di potere, intenzionato ad annientare la nascente potenza industriale di Mordor per mantenere Arda nell’ignoranza, schiava di credenze magiche oscurantiste? E se gli Elfi fossero una sorta di sinistra potenza dittatoriale, non dissimile dall’Unione Sovietica? E se Aragorn fosse solo un burattino nelle mani di questi ultimi e Arwen un elfo interessato soltanto a usarlo, per mantenere il controllo su Gondor?

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